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Octavia Monaco - Icone, voci e sentieri della Dea Primordiale

Octavia Monaco - Icone, voci e sentieri della Dea Primordiale

dal 22 gennaio al 4 febbraio 2007
Octavia Monaco - Icone, voci e sentieri della Dea Primordiale Octavia Monaco - Icone, voci e sentieri della Dea Primordiale Octavia Monaco - Icone, voci e sentieri della Dea Primordiale Octavia Monaco - Icone, voci e sentieri della Dea Primordiale Octavia Monaco - Icone, voci e sentieri della Dea Primordiale Octavia Monaco - Icone, voci e sentieri della Dea Primordiale

Se è vero, secondo quanto afferma Amleto nell’omonimo dramma di Shakespeare, che il pittore deve reggere lo specchio alla Natura, nel Novecento, gli artisti hanno deciso, come Alice, di andare al di là di quell’illusoria superficie speculare, per trovare dei nuovi paesaggi e delle nuove forme, magari invisibili e di ambigua percezione, da rendere palesi al mondo. Alcuni di questi artisti avventurosi hanno proposto di risalire all’alba della pittura, a quella macchia di colore elementare che ha dato l’innesco a tutta la peripezia estetica del rappresentare, altri hanno portato alla luce la geometria segreta delle cose, altri ancora, ed è una tendenza che, obsoleta, è ritornata attuale sotto la generica definizione di post moderno, hanno optato per la figura o il paesaggio, riconoscibili, sì, ma sempre attraverso la lente di una rivisitazione onirica, spesso spaesata e bizzarra.
Octavia Monaco è una illustratrice giunta alla pittura attraverso una sorta di sublimazione estetica, di intensificazione empatica, offrendoci un universo fatato, sospeso nell’equinozio delle metamorfosi, dove i vegetali, gli animali e gli esseri umani, divenuti alberi sapienti e vibranti libellule, mettono in discussione la loro identità visiva, mutandosi in altri da sé, in una confusione ontologica, che sfuma, da un lato, in quegli archetipi di sapore vagamente junghiano, di Demetra o della gran madre mediterranea, per esempio, e che, d’altro lato, si configurano come metafore: la primavera è una donna con una chioma d’albero fiorito.
Octavia Monaco passa così dalla favola al mito e dal mito all’archetipo con una bravura pittorica che riecheggia, come citazione e rivisitazione, certe immagini svagate e leggere dell’Art Nouveau, se non addirittura dei preraffaelliti. Le sue opere presentano uno sfondo simile a un affresco parietale provato dal tempo e dalle intemperie, superfici sapientemente materiche, che suggeriscono qualcosa di remoto, di archeologico, come il reperto che un pittore del nostro tempo ha intravisto sul muro di una chiesa arcaica o di un tempio pagano, e che lei riporta alla luce con tutta la visionaria densità di un restauro virtuale, inventato di sana pianta. Una pittrice che ci conduce per mano in quella foresta di simboli di cui parlava Baudelaire, in quell’eterno presente che vive, universo parallelo e ineffabile, in ciascuno di noi.

Giorgio Celli

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